giovedì 30 marzo 2017

STRADA DELLE 52 GALLERIE - MONTE PASUBIO

La strada delle gallerie compie 100 anni
A fine gennaio del 1917, nel pieno di uno degli inverni più freddi e nevosi del secolo, quando sul Pasubio c’erano metri e metri di neve, iniziavano a Bocchetta Campiglia i lavori di costruzione di una nuova strada mulattiera.

Diventerà «la strada della Prima Armata», o anche, più semplicemente, la strada delle gallerie.

A cento anni di distanza una grande mostra ne ripercorre la storia attraverso fotografie, racconti, documenti e oggetti.

Il ciclo di incontri correlati alla mostra “La Strada delle Gallerie ha 100 anni” prende il via il 12 aprile 2017, alle ore 20.30, con un approfondimento a cura di Claudio Gattera dal titolo “La grande guerra sul Pasubio“. Gattera è un profondo conoscitore della montagna e ha pubblicato diversi libri sulla sua storia. Fra gli altri: Il Pasubio e la strada delle 52 gallerie, Rossato editore, Valdagno, 1995.
L’incontro con l’esperto si terrà a Palazzo Toaldi Capra, in via Pasubio 52, a Schio (VI)



La mostra dedicata ai 100 anni della #StradaDelleGallerie è a Palazzo Fogazzaro (Schio) dal 25 marzo fino al 24 settembre 2017. Visite aperte dal mercoledì alla domenica dalle ore 10 alle 19.
INFO: http://www.stradadellegallerie.it/


Tre sezioni: ognuna ripercorre, attraverso le fotografie fatte all’epoca ma anche a documenti e oggetti, tutte le tappe della storia della Strada delle Gallerie. Ognuna ha un suo senso compiuto, oltre che un suo specifico allestimento, che la cooperativa Biosphaera vi aiuterà a comprendere in tutti i suoi aspetti.
La costruzione della strada è naturalmente il tema della prima sezione; la seconda e la terza sezione raccontano il dopo, a partire da quando, appena finita la guerra, la strada cominciò a essere percorsa da chi saliva in visita al Pasubio e iniziò a diffondersi e ad affermarsi il suo mito.

Perché la strada è divenuta nel tempo una strada speciale, «un cammino», con migliaia e migliaia di escursionisti che vengono ogni anno a percorrerla, e da ogni parte d’Europa. Non è mai stata infatti, forse nemmeno durante la guerra, solo una via di accesso, un itinerario per arrivare a un luogo. È sempre stata un luogo essa stessa, una di quelle strade che sono insieme percorso e meta. Un’esperienza, che racchiude in sé il suo significato.


Prima sezione



La prima sezione racconta l’epopea della costruzione della strada, attraverso le fotografie scattate dal tenente Zappa, che era al comando della 33a compagnia nella fase di avvio dei lavori, ma anche poi dai tenenti Ruffini, Ricci, Ortelli, dal sottotenente Cassina e da altri ufficiali protagonisti dell’impresa, e infine quelle raccolte dal capitano Picone, il nuovo comandante.

Sono fotografie molto belle, dense e vere, uniche. Sono molte. Per la gran parte non sono mai state viste, o pubblicate. Le abbiamo ritrovate presso le famiglie degli ufficiali di allora. Alcune anche in archivi, spesso disperse e separate dalla loro storia: abbiamo esposto solo quelle di cui siamo riusciti a ricostruirla. Una dopo l’altra ci riportano indietro nel tempo, a quei momenti e a quegli uomini, ci restituiscono il senso di quell’impresa.


Seconda sezione




La seconda sezione indaga il primo affermarsi del mito. Lo fa riproponendo le fotografie fatte fra il 1922 e il 1925 da Mario Zuliani, un fotografo di Schio, e che furono pubblicate in un libretto edito dal CAI di Schio.
Si intitolava appunto “La strada della Prima Armata”, ed ebbe un ruolo importante nel farla conoscere e nel fondarne il mito.


È un libretto, quello di Mario Zuliani, solo apparentemente semplice: le gallerie fotografate una di seguito all’altra, salendo. A volte un’entrata, a volte il tratto che separa due gallerie successive ripreso da un’uscita, altre volte un interno. Di tanto in tanto una visione d’insieme del percorso fatto. Sessantaquattro fotografie in tutto, qualcosa che poteva riuscire monotono e che invece restituisce l’esperienza dell’andare, del guardare, dell’essere lassù. Un’opera concettuale ante-litteram.

Terza sezione



La terza sezione  riguarda gli anni a seguire, fino ai nostri giorni. Le campagne di manutenzione, certi interventi, l’escursionismo di massa. E naturalmente i fotografi: per chiederci come sia cambiato, nel corso di cento anni, il modo di guardare, e di raccontare la strada. E quale significato abbia il fatto che la sua ultima rappresentazione, quella con cui si chiude la mostra, la si veda su uno schermo comandato da un computer: la sua mappatura in 3D fatta con lo scanner laser.

Proposte didattiche: 1) Leggere le fotografie

La classe 3CB del Liceo Classico “Giacomo Zanella” di Schio, nell’ambito delle attività di alternanza scuola lavoro, ha elaborato con l’insegnante di storia dell’arte Alessandra Menegotto cinque percorsi didattici (linguaggio fotografico e generi; guardare [...]
La seconda proposta didattica sviluppata dalla classe 3CB del Liceo Classico “Giacomo Zanella” di Schio, per approfondire alcuni particolari aspetti della mostra, parte dalla consapevolezza che l'attività ludica è un ottimo metodo di apprendimento. [...]

Gli esperti raccontano: calendario degli incontri

Otto conferenze con esperti di diverse discipline per entrare nel vivo dei temi affrontati nella mostra "La Strada delle Gallerie ha 100 anni". Tutti gli incontri si terranno a Schio (VI). Ecco il programma [...]

C’era una volta…


Il tenente di complemento ing. Zappa Giuseppe… fin dal febbraio aveva avuto l’incarico dal Comando del Genio di studiare una strada mulattiera al coperto…

– dal dattiloscritto del tenente Cassina, 33a compagnia minatori
Come ogni storia che si rispetti, anche quella della Strada delle Gallerie ha un suo “c’era una volta”.
Cento anni fa, nel pieno di uno degli inverni più freddi e nevosi del secolo, la 33a Compagnia Minatori al comando dell’Ing. Tenente Giuseppe Zappa iniziava i lavori di costruzione di una nuova strada mulattiera. Diventerà la “Strada delle Prima Armata”, o anche, più semplicemente, la Strada delle Gallerie.
In attesa dell’inaugurazione della mostra La Strada delle Gallerie ha 100 anni, prevista per il 26 marzo, ecco per voi un’anticipazione: le prime 20 pagine della prima sezione del catalogo della mostra. Scaricate il pdf al link sottostante e sfogliatele per ripercorrere l’epopea della Strada: vi aspettiamo a Palazzo Fogazzaro a Schio!

La Strada
Cartina tratta da MONTAGNANDO
La strada delle gallerie è stata costruita nel 1917, fra febbraio e dicembre, per servire il fronte del Pasubio. Ne fu protagonista la 33ª compagnia minatori (integrata in seguito da altre squadre), dopo che al suo comandante, il tenente Giuseppe Zappa, venne dato l’incarico di valutarne la fattibilità.

La compagnia si trovava in quel momento impegnata in lavori di fortificazione sul crinale di Monte Alba, a poca distanza da Bocchetta Campiglia da dove doveva partire la strada. Era fine gennaio, nel pieno di uno degli inverni più freddi e nevosi del secolo: sul Pasubio, che la compagnia vedeva giusto davanti a sé, c’erano metri e metri di neve. La strada avrebbe dovuto affrontarlo inerpicandosi fra i roccioni impervi e apparentemente inaccessibili della Bella Laita per poi arrivare, seguendo un percorso nascosto alle artiglierie nemiche, passando per Forni Alti e il passo di Fontana d’Oro, a Porte del Pasubio. Non c’era in partenza un progetto, ma solo un’indicazione di massima, perché «data la natura rocciosa e frastagliata del terreno, di cui non c’erano carte o rilievi, non era possibile stabilire preventivamente un tracciato».

Zappa accettò l’incarico e – scrisse il sottotenente Cassina, uno degli ufficiali protagonisti dell’impresa – «decise di innalzarsi man mano ma anche di condurre avanti contemporaneamente un sentiero, che permettesse di studiare il tracciato ulteriore della strada. Lo scopo principale che ci proponemmo innanzitutto – continua Cassina –, fu quello di raggiungere la cresta della parete rocciosa che s’elevava a picco, di fronte a Bocchetta Campiglia. Poi, avremmo deciso il da farsi. Infatti noi sapevamo di dover raggiungere Forni Alti e il Passo di Fontana d’Oro, ma non avevamo la minima idea del come avremmo potuto arrivarci, perché la Bella Laita, che bisognava attraversare, era inaccessibile.»


È così che inizia l’epopea della costruzione della strada delle gallerie. Richiederà a tutti, ma in particolar modo agli ufficiali, un coinvolgimento profondo. Sarà per loro al tempo stesso un’impresa e un’avventura, del fare, dell’osare, della giovinezza. Lo si avverte a ogni pagina della “memoria” del tenente Cassina, scritta appena finita la guerra, che fa da filo conduttore della mostra. Il senso dell’ignoto davanti, dell’esplorazione, dell’interrogare la montagna per cercare il passaggio, la sfida a trovare ogni volta la soluzione per forzarlo con una strada. Ma anche la consapevolezza orgogliosa di essere diventati via via una squadra, che ha saputo darsi un metodo di lavoro forte, fondato sulla divisione e al tempo stesso condivisione dei compiti.
Quando ad aprile, con il Pasubio ancora coperto di neve, il tenente Zappa riceverà l’ordine di trasferimento ad altro incarico, il cantiere della strada era già arrivato all’altezza della tredicesima galleria: alla sua uscita, su uno sperone a strapiombo sul vuoto, era stata piantata la stazione di arrivo del primo ramo di teleferica a mano. Nello stesso tempo il sentiero di esplorazione era arrivato molto più in alto, fin sotto la parete al cui interno sarebbero salite a spirale la diciannovesima e la ventesima galleria, le più lunghe e ardite: poco a lato si stava attrezzando un campo base avanzato.
Scriverà Cassina: «Partiva il maestro. Ma ormai eravamo divenuti esperti; la strada ci aveva sedotti, e aveva sedotto anche i graduati e i soldati. Ricordo ancora con commozione l’impegno preso fra noi ufficiali, riuniti nella sala della mensa di Bocchetta Campiglia la sera dopo la sua partenza. Non sapevamo chi sarebbe venuto a sostituirlo e temevamo di essere distolti dalla nostra costruzione ».
Sarà il capitano Picone (sono quasi un destino i nomi di questi due comandanti) a sostituire il tenente Zappa e a portare a termine la strada. Con altrettanta appassionata energia e coinvolgimento.
La strada è lunga 6300 metri: 2300 sono in galleria, i restanti scavati nella roccia a mezza costa. Parte da una quota di 1216 metri e termina a 1928 metri, per un dislivello complessivo, contando i saliscendi dell’ultimo tratto, di 784 metri. È considerata un capolavoro di ingegneria militare.
La sua costruzione, iniziata il 29 gennaio con l’invio di un primo plotone di venti uomini, arrivò a impiegare, con lo sciogliersi della neve e poi sopratutto l’estate, seicento uomini. Erano allora contemporaneamente in uso almeno quaranta martelli perforatori ad aria compressa, la cui distribuzione, mediante una rete di grosse tubazioni provenienti da una centrale di produzione costruita ai piedi della montagna, copriva l’intero percorso.
Nei dieci mesi dei lavori la 33ª compagnia ebbe quattro morti.
VIDEO di Luciano Cailotto

VIDEO di Marian Croitoru


FOTO GALLERY NATIONAL GEOGRAPHIC




Storia del Pasubio e della strada delle 52 gallerie.
La strada delle 52 gallerie (o strada della Prima Armata) è una mulattiera militare costruita durante la prima guerra mondiale sul massiccio del Pasubio. La strada si snoda fra Bocchetta Campiglia (1.216 m)[1] e le porte del Pasubio (1.934 m)[2] attraversando il versante meridionale del monte, situato al riparo dal tiro dell'artiglieria austro-ungarica, caratterizzato da guglie, gole profonde e pareti rocciose a perpendicolo.
È lunga 6.555 metri, dei quali ben 2.335[3] sono suddivisi nelle 52 gallerie scavate nella roccia; ogni galleria è numerata e caratterizzata da una propria denominazione. La larghezza minima è stata originariamente prevista in 2,20 m (il raggio esterno in curva è di almeno 3 m), con una media di 2,50 m[4] per permettere il transito contemporaneo di due muli con le relative salmerie. [5]

La pendenza della strada raggiunge il 22 per cento, con una media del dodici per cento.[4][5]Caratteristica, tra le molte gallerie, è la 19ª perché, oltre a essere la più lunga (320 m), ha un tracciato elicoidale a 4 tornanti, all'interno di un gigantesco torrione di roccia.[6]Anche la successiva n. 20 è scavata all'interno di un torrione roccioso e, per superare il notevole dislivello, si avvita su sé stessa come un cavatappi.[6] Il tratto della 43ª corre sotto il passo Fontana d'Oro (1.875 m).[4] All'uscita della 47ª si raggiunge il punto più alto della strada (2.000 m), dal quale si gode un panorama grandioso.[4]

Scopo

La sua realizzazione fu di grande importanza strategica, in quanto permetteva la comunicazione e il passaggio dei rifornimenti dalle retrovie italiane alla zona sommitale del Pasubio, ove correva la prima linea, al riparo dal fuoco nemico; e ciò nel corso di tutto l'anno, contrariamente alla rotabile degli Scarubbi, accessibile sì da mezzi motorizzati, ma soltanto nel periodo estivo ed in condizioni molto più pericolose, sotto il tiro dei cannoni austriaci[8][9].

Realizzazione

La strada è un vero e proprio capolavoro d'ingegneria militare e di arditezza, considerando anche le condizioni e l'epoca in cui fu costruita, nonché la rapidità d'esecuzione: i lavori cominciarono il 6 febbraio 1917 e furono conclusi nel novembre 1917. Fu realizzata dalla 33ª Compagnia minatori del 5º reggimento dell'Arma del genio dell'Esercito Italiano, con l'aiuto di sei centurie di lavoratori: compagnia 349, 523, 621, 630, 765 e 776.[10] A capo della 33ª Compagnia fu posto il tenente Giuseppe Zappa, dal 18 gennaio[11] al 22 aprile 1917; gli succedette il capitano Corrado Picone fino alla fine della guerra.
Nei primi giorni di dicembre 1917, prima di lasciare il Pasubio, la 33ª Compagnia minatori inaugurò simbolicamente la strada, abbattendo un muro costruito appositamente davanti alla prima galleria. Sarà la 25ª minatori, assieme alle centurie rimaste, ad ultimare la strada, comprese le gallerie 49 e 50, ed in definitiva ad aprirla.[12][13]

Aspetti escursionistici


La parte finale del percorso
La strada delle 52 gallerie è un percorso tuttora praticabile a piedi nel periodo estivo, identificato dalsegnavia 366[7][14]. È vietato percorrerla in bicicletta, in seguito a numerosi incidenti mortali (contrariamente alla molto più sicura rotabile strada degli Eroi in val Fieno)[15]. Questo percorso viene ritenuto interessante sotto vari punti di vista, da quello paesaggistico a quelli storico e ingegneristico.
Il dislivello è di circa 750 metri[16], la partenza del percorso è presso ilparcheggio a pagamento di Bocchetta Campiglia[17] e la salita fino al Rifugio Papa dura tra le 2,5/3 ore. È necessario avere con sé la torcia elettrica per poter agevolmente superare le parti maggiormente buie delle gallerie, oltre che prestare attenzione nell'inizio di primavera poiché è possibile trovare ancora neve[18].
È possibile scendere per la Scarubbi, che riporta al parcheggio. Dal Rifugio Papa è possibile proseguire verso il rifugio Vincenzo Lancia o visitare il Dente Italiano[19]. Dallo stesso rifugio è possibile proseguire per il Sentiero europeo E5[20] e il Sentiero della Pace[21].

Le gallerie

A ciascuna delle 52 gallerie è stato assegnato un numero progressivo e un nome. Nel 1991 è stato apposto nome e numero all'ingresso di ciascuna di esse. Le dediche alle gallerie, ad eccezione delle gallerie 49 e 50, sono state assegnate nel 1917 dal capitano Picone. Il nome della 49 e della 50 sono stati dati nel 1991 dall'ANCR di Vicenza in fase di applicazione delle pietre commemorative.[22] A seguire un elenco con numero progressivo, denominazione, lunghezza (tra parentesi eventuale specifica):[23][24]
NumeroNomeLunghezzaFoto
1Cap. Zappa
(Giuseppe Zappa)
17 metriGalleria n. 1.JPG
2Gen. D'Havet[25]
(Giuseppe D'Havet)
65 metriGalleria n. 2.JPG
3Rovereto14 metriGalleria n. 3.JPG
4Ten. Battisti
(Cesare Battisti)
31 metriGalleria n. 4.JPG
5Oberdan
(Guglielmo Oberdan)
10 metriGalleria n. 5.JPG
6Trieste17 metriGalleria n. 6.JPG
7Gener. Cascino
(Antonino Cascino)
35 metriGalleria n. 7.JPG
8Gener. Cantore
(Antonio Cantore)
23 metriGalleria n. 8.JPG
9Gener. Zoppi
(Gaetano Zoppi)
78 metriGalleria n. 9.JPG
10Ten. Vasc.Sauro
(Nazario Sauro)
12 metriGalleria n. 10.JPG
11Magg.Randaccio
(Giovanni Randaccio)
28 metriGalleria n. 11.JPG
12Cap. Motti
(Leopoldo Motti)
95 metriGalleria n. 12.JPG
13Cap. Filzi
(Fabio Filzi)
27 metriGalleria n. 13.JPG
14Cap. Melchiori
(Oscar Melchiori)
61 metriGalleria n. 14.JPG
15Tortona45 metriGalleria n. 15.JPG
16Reggio Calabria74 metriGalleria n. 16.JPG
17Bergamo52 metriGalleria n. 17.JPG
18Parma46 metriGalleria n. 18.JPG
19Re
(Vittorio Emanuele III)
318 metriGalleria n. 19.JPG
20Gen. Cadorna
(Luigi Cadorna)
86 metriGalleria n. 20.JPG
21Gen. Porro
(Carlo Porro)
20 metriGalleria n. 21.JPG
22Breganze8 metriGalleria n. 22.JPG
23Gen. Capello
(Luigi Capello)
18 metriGalleria n. 23.JPG

NumeroNomeLunghezzaFoto
24Bologna16 metriGalleria n. 24.JPG
25L'Aquila11 metriGalleria n. 25.JPG
26Napoli24 metriGalleria n. 26.JPG
27Cap. Picone
(Corrado Picone)
98 metriGalleria n. 27.JPG
28Genova14 metriGalleria n. 28.JPG
29La Spezia31 metriGalleria n. 29.JPG
30Miss10 metriGalleria n. 30.JPG
31Gen. Papa
(Achille Papa)
72 metriGalleria n. 31.JPG
32Palazzolo
(Palazzolo dello Stella)
48 metriGalleria n. 32.JPG
3333ª minatori57 metriGalleria n. 33.JPG
34Gen. Giustetti
(Umberto Giustetti)
132 metriGalleria n. 34.JPG
35Trani10 metriGalleria n. 35.JPG
36Gen. Garibaldi
(Peppino Garibaldi)
12 metriGalleria n. 36.JPG
37Balilla
(Giovanni Battista Perasso)
26 metriGalleria n. 37.JPG
38Torino29 metriGalleria n. 38.JPG
39Mantova53 metriGalleria n. 39.JPG
40Trento10 metriGalleria n. 40.JPG
4126ª minatori24 metriGalleria n. 41.JPG
42Macerata19 metriGalleria n. 42.JPG
43Polesine55 metriGalleria n. 43.JPG
44Zappatori Liguria
(Brigata Liguria)
22 metriGalleria n. 44.JPG
45Plotone 25ª minatori83 metriGalleria n. 45.JPG
46Piceno
(Brigata Piceno, 235º, 236º fanteria)
65 metriGalleria n. 46.JPG
47Pallanza
(249º Reggimento fanteria "Pallanza")
22 metriGalleria n. 47.JPG
48Cesena14 metriGalleria n. 48.JPG
49Soldato italiano19 metriGalleria n. 49.JPG
50Cavalieri di Vittorio Veneto27 metriGalleria n. 50.JPG
51Plotone minatori sardo66 metriGalleria n. 51.JPG
52Sardegna86 metriGalleria n. 52.JPG
Tratto da WIKIPEDIA

Dopo l'offensiva 1916, le posizioni erano attestate sul versante sinistro della valle del Posina e con le loro batterie, poste sul Maio, Toraro, Selluggio, potevano controllare e interdire ogni movimento che avveniva sulla Strada degli Scarubbi, unica via rotabile d’accesso alla sommità del Monte Pasubio. Anche se la strada era coperta da graticci e fascinate per mascherarla all'osservazione avversaria, il transito doveva avvenire per la maggior parte di notte, a fari spenti, con grave rischio sia per i conducenti sia per i carichi. La strada inoltre da novembre a maggio era impraticabile per la neve e per le valanghe. L’idea di realizzare una nuova strada che da Bocchetta Campiglia salisse a Fontana d'Oro (l'antica Hornbrun-Fonte del Corno alludendo al vicino Campanile) e che quindi si collegasse alle mulattiere della parte sommitale del Pasubio, fu del Capitano Leopoldo Motti del 5o Reggimento Genio, comandato allora dal colonnello Brig. D'Havet.


Al Tenente di complemento, ing. Giuseppe Zappa, della 33a Compagnia Minatori che stazionava per lavori nella zona di Monte Alba, fu dato incarico di studiare e realizzare un tracciato che avesse tre finalità: consentire transito di militari e salmerie in qualsiasi stagione e con qualsiasi tempo, rimanendo costantemente al coperto dal tiro avversario e in condizioni di sicurezza; costituire un anello di collegamento con la rete viaria, formata da mulattiere, di servizio al Pasubio (la Strada degli Eroi e la Galleria D'Havet sono state costruite nel 1938); costituire infine un sistema difensivo ad oltranza sulla linea Pasubio-Alba-Novegno, nonché un collegamento tra i settori Pasubio-Posina. Il Tenente Zappa agli inizi di marzo del 1917 inviò una prima aliquota di ufficiali e militari per studiare e preparare il terreno ed alla metà dello stesso mese trasferì a Bocchetta Campiglia tutta la Compagnia. Non esistevano rilievi della zona e tantomeno cartografie che potessero dare una base di partenza per lo studio del tracciato. In quel periodo, alla fine di un terribile inverno, gli ufficiali addetti al rilievo si trovarono avanti un paesaggio roccioso, impervio, ancora fortemente innevato, dove probabilmente nessun essere umano aveva mai messo piede. Il percorso possibile veniva quindi individuato mediante ricognizioni dirette e rilievi fotografici che venivano poi discussi e valutati dagli Ufficiali della Compagnia.
 Man mano che i lavori avanzavano, venivano realizzati tratti di teleferiche per il trasporto dei materiali. Alle stazioni di arrivo, sempre più lontane dal campo base di Bocchetta Campiglia, venivano allestiti dei baraccamenti per il ricovero dei militari evitando così i tempi morti di percorrenza di andata e ritorno. L’obiettivo era quello di raggiungere per il mese di luglio il Passo di Val Fontana d'Oro e per accelerare i tempi di realizzazione vennero aggiunte alla 33a Compagnia anche delle Centurie di territoriali (operai militarizzati).
Verso la fine di aprile, il tenente Zappa fu trasferito alla Direzione Aeronautica di Torino e al suo posto arrivò il Capitano in servizio permanente effettivo, ing. Corrado Picone, originario di Napoli. Il nuovo comandante si rese conto della grandezza dell'opera che si andava concretizzando e diede nuovo impulso, con vivo entusiasmo, ai lavori. Aumentò il numero delle centurie, portandolo a sei, trasferì il Comando di Compagnia presso la Bella Laita, ormai raggiunta definitivamente, istituì turni di lavoro per operare 24 ore su 24 e, non ultimo, migliorò il vitto.
Con questo sforzo si poté avere un avanzamento di ben 6 metri lineari nelle ventiquattr'ore. L’avanzamento veniva effettuato mediante mine sia in galleria che a mezza costa e nel momento di maggior intensità operativa lavoravano contemporaneamente più di 40 perforatori pneumatici che utilizzavano l’aria compressa prodotta dalla centrale di Malga Buse. Gli scavi in galleria venivano iniziati da più punti per velocizzare l’avanzamento; la 19a galleria, la più lunga e difficile per le sue spirali, venne attaccata da ben 10 punti su livelli diversi.
Alla fine di Luglio la strada era completata fino alla Bella Laita e con un sentiero era stata raggiunta anche Val Fontana d’Oro. A Settembre la strada era arrivata in Val Camozzara dove, per superarla, era stato costruito un poderoso muro in pietra legata con malta di cemento di circa 400 metri cubi e una difesa da valanghe in ferro e legname. A novembre veniva raggiunta la Val Fontana d'Oro e a Dicembre la strada sbucava, con l'ultima galleria, a porte di Pasubio. Sempre nel Dicembre dello stesso anno la Compagnia, che ormai aveva quasi terminato il suo compito (mancavano solo poche giornate di lavoro per il completamento definitivo), venne trasferita in Val Chiampo per creare interruzioni stradali nel quadro delle difese dopo l’arretramento al Piave seguito ai fatti di Caporetto.
Agli inizi del 1918 il Re Vittorio Emanuele III ed il Re Alberto del Belgio, in visita la fronte, percorsero la strada delle gallerie ne rimasero entusiasti. Vennero distribuiti quidi premi e riconoscimenti ai militari che in quel momento operavano sulla strada i quali erano solamente i consegnatari dell’0pera e non gli esecutori.
La strada, iniziata in pieno inverno con una ventina di soldati, risultò alla fine una grandiosa opera: 6.300 metri di lunghezza dei quali ben 2.800 metri in galleria e i restanti quasi tutti scavati a mezza costa in roccia. Le gallerie, inizialmente cinquanta aumentate poi di due per motivi di sicurezza, avevano le dimensioni minime di metri 2,20 X 2,20 ed erano illuminate elettricamente. Il percorso esterno era protetto da corrimano in ferro e nei punti più pericolosi erano state realizzate delle strutture per la difesa dalla caduta di sassi e di valanghe. Numerosi punti di manutenzione erano distribuiti lungo il tracciato dove stazionavano cinque o sei militari alloggiati in baracche con materiali e attrezzi. Un punto d'interruzione fu eseguito tra la l8a e la 19a galleria con ben cinque fornelli da mina e un altro fu eseguito dopo la Val Camozzara. Durante l'esecuzione dei lavori, la montagna pretese le sue vittime: 4 soldati precipitarono nei burroni, altri rimasero più o meno gravemente feriti.
Terminata la guerra, la strada fu abbandonata. I recuperanti tolsero tutte le parti metalliche e la natura fece il resto. Nel 1961 una squadra del genio militare provvide a sistemare la strada ormai in rovina. Altri piccoli interventi vennero effettuati agli inizi degli anni Settanta. Alla fine degli anni Ottanta la strada era in pessime condizioni.
Nel 1989 la Comunità Montana, Leogra-Timonchio organizzò un grande cantiere per la sistemazione dell'opera.. In quattro giorni, il 17, 18, 24 e 25 giugno, quasi 1.200 persone tra Alpini dell'ANA, soci del Club Alpino italiano, del Gruppo Amici della Montagna e di altre associazioni locali, lavorarono alacremente, operando un vero miracolo: al termine delle quattro giornate di lavoro, infatti, la strada era sistemata e percorribile. Da allora ogni anno, vengono effettuati interventi di manutenzione, all'inizio della buona stagione, da parte dell'ANA e delle altre associazioni locali, coordinate dalla Comunità Montana. Nel 1992 fu riaperta anche la 43a galleria, franata ancora negli anni venti, e nel settembre dello stesso anno venne inaugurata alla presenza dell'avvocato Gino Scaroni di Breganze (classe 1897), ultimo Ufficiale della 33a Compagnia, tuttora vivente.

Approfondimento storico (tratto da "il bello del Veneto" di Carlo Bettanin) Dal mensile AVIS














Firma della visita di Carlo d'Inghilterra Principe del Galles
























FOTO tratte da LA STRADA DELLE GALLERIE

FRASI e PENSIERI di MONTAGNA






  


  
FOTO tratte da LA STRADA DELLE GALLERIE

martedì 1 novembre 2016

ROTOLON e ALLUVIONE a VICENZA 6 anni dopo

Famiglie vedette per monitorare le frane al Rotolon

07.11.2015 tratto dal GIORNALE DI VICENZA
Karl Zilliken
Chi conosce un territorio meglio di chi lo vive? Risposta scontata: nessuno. Chi, dopo l’alluvione del 2010, ha conosciuto gli abitanti di contrada Parlati su cui incombeva la frana rossa del Rotolon ricorda bene una cosa: il mondo correva intorno a loro che rimanevano tranquilli con gli occhi rivolti al monte e al torrente. Sapevano che, in quel momento, per quanto tutti si agitassero, non ci sarebbero stati problemi: avevano ragione.
Perché non “sfruttare” questa risorsa? Si sono detti il presidente del comitato di protezione civile di Recoaro, Moreno Spanevello, il referente per l’attuazione del piano di protezione civile comunale, Alberto Pianalto e l’allora sindaco Franco Perlotto.
Dopo alcuni mesi di formazione è nato il “Gruppo Rotolon”, con 20 capifamiglia delle località vicine alla frana che, in caso di emergenza, possono essere i primi ad intervenire per portare in salvo anziani, invalidi e bambini, in attesa dei soccorritori. Pochi minuti che possono salvare più di una vita.
A distanza di anni questo gruppo è diventato una realtà oliata e funzionante, come comprovato da esercitazioni ma anche da reali emergenze passate indenni. Perché, quindi, limitarla al Rotolon? Con il lavoro silenzioso, in stretta collaborazione tra protezione civile e Comune, è stata creata una squadra di 40 “cellule dormienti”, come le chiama scherzosamente Spanevello, dislocate in tantissime località e frazioni tra cui Merendaore, Rovegliana, Valcalda, Cappellazzi, Fongara, Peserico e Busellati. Non si tratta di personale addestrato come per il “Rotolon”, ma di occhi aperti sul territorio. Se dalla Regione viene inviato un segnale di allerta meteo, la protezione civile recoarese lo rimbalza in tempo reale a questi cittadini che possono a loro volta informare con foto e report costanti dell’evolversi di ogni situazione. Questo vale tanto per la grande emergenza quanto per il microscopico smottamento che può far tardare lo scuolabus. «Sono persone che vivono tranquillamente - spiega Spanevello - ma sono collegati tramite sms e diventano sentinelle con mail e numero di reperibilità 24 ore su 24». «È un’iniziativa importantissima - aggiunge Ceola - che responsabilizza i cittadini e li riporta al centro della vita della comunità». «Tra le tante cose che ci ha lasciato il Rotolon - conclude Pianalto - il gruppo di cittadini volontari è forse la migliore».

IL ROTOLON VECCHIO TEATRANTE
 di Bepi Magrin
(Pubblicato in "Realtà Vicentina - dicembre 2010)
tratto da VALDAGNO.INFO 

Come un vecchio consumato attore da sempre abituato a calcare la ribalta, il Rotolon questo nostro indocile vicino di casa, ogni tanto sente nostalgia dei riflettori e si rifà vivo, brontolando perché la pioggia, la neve, gli uomini, risvegliano i suoi acciacchi e lui, permaloso com'è non si lascia certo sfrucugliare impunemente.
Nel 1985, ero maresciallo degli alpini alla 7^ Compagnia trs. di Bassano e su richiesta della Prefettura il mio reparto fu incaricato della vigilanza sulla frana e del servizio di allertamento della popolazione. Col compianto tenente Angelo Gelso che morì poco tempo dopo a 24 anni per un tragico incidente, e qualche decina di alpini fummo alloggiati al Molin sulla strada per la Gazza (luogo di speciale interesse per i suoi famosi gnocchi con la fioretta) dove restammo per una ventina di giorni. Organizzammo il servizio pressappoco come lo fu nelle scorse settimane con un posto di avvistamento all'altezza della ex Cascina forestale (la quale fu inghiottita dalla frana proprio in quei giorni), collegamenti radio con Parlati, Turcari, Maltaure ecc. e campagnole attrezzate con altoparlanti per l'allarme. Allora si vedeva scendere per l'Agno un fiume che sembrava di cioccolata semiliquida nel quale fluitavano massi di grandi dimensioni.
Uno spettacolo impressionante al vedere passare quella massa viva di mota rossastra sotto i ponti dell'Agno. Poi, come sempre il mostro si placò e pian piano tutto rientrò nella normalità. Ancora dall'altro secolo, quando non esisteva la strada per Campogrosso (costruita nel 1917) e i contrabbandieri passavano con la famosa "rua"su per la cosiddetta "Strada del Carro" per proseguire verso il Rotolon e Buse Scure, le pendici di dove sgorga l'Agno, davano preoccupazioni alle popolazioni dell'alto recoarese.
Sui flussi cercava di vigilare la casermetta della Regia Guardia di Finanza che sorge ancor oggi (penosamente abbandonata) su un colle coperto di abeti tra Malga Lorpodo e ..la frana. I primi lavori per la sistemazione del bacino di cui si ha notizia, datano agli anni tra il 1902 e il 1905, ma i lavori più imponenti si fecero durante il Ventennio con la costruzione delle grandi briglie di contenimento alcune delle quali recano in evidenza i fasci littori caratteristici di quel tempo.
Altri imponenti lavori si fecero nel 1947 per canalizzare le acque di superficie del vasto fondo demaniale e organizzarne i flussi, ma fino agli anni '60 erano costanti ed annuali i lavori di sistemazione forestale e gli interventi sul torrente, tanto che molte famiglie delle contrade sottostanti, facevano di questi lavori stagionali la principale fonte di sostentamento. Poi, la dimenticanza e l'abbandono. Si, qualche sporadico intervento sulle briglie e nel corso del torrente da parte dei servizi forestali della Regione Veneto, ma cure sempre minori e distratte.
Eppure si sa che la Roteloon, ossia la frana rossa incombe da sempre sulla valle e dove ci sono "loon" ci sono frane come testimonia più in basso la contrada "Luna" o verso Fongara la contrada "Lonere", lo sapevano quindi perfino i nostri antenati "cimbri" che quei nomi certamente non diedero a caso. Altri nomi invece si, furono dati a caso: a Parlati troviamo "via Monte Rotolon" nome che certamente rientra in quest'ultima categoria poiché non c'è alcuna carta topografica che riporti il toponimo (peraltro ultimamente usato senza risparmio da stampa e Tv per indicare la frana).
Gli stessi mezzi di comunicazione ci hanno informato che nei sommovimenti del "monte" sarebbe coinvolto perfino l'Obante non sapendo evidentemente che tale monte dista oltre un chilometro dalla zona interessata, oppure, altra amenità, che il Rotolon si troverebbe tra il Colle del Basto e il Passo della Lora (sic) né si è invece mai nominato il Piazzale Sucai ossia quell'ampia porzione di rovine dolomitiche ove si attesta la valle incriminata e dove sarebbero apparse misteriose fratture. Un segnale d'allarme d'altro tipo, dovrebbero invece dare coloro che hanno care certe peculiarità geologiche della nostra alta valle come la Faglia di Recoaro.
Si tratta di un rarissimo se non unico esempio di quel certo strato geologico che potrebbe (se opportunamente valorizzato) costituire straordinaria attrazione turistica per Recoaro. Gli strati a "Dadocrinus Gracilis" e quelli a "Volzia": crinoidi che datano all'"Anisico", appaiono infatti qui in tutta evidenza e sono visibili proprio presso le sorgenti dell'Agno, tanto che la combinazione di interessi culturali che si potrebbe ricavare dalla particolarità geologica, dalla presenza della sorgente principale dell'Agno, e dalla caserma della Regia Guardia di Finanza col suo vasto retaggio di suggestive quanto poco note, storie di contrabbando, unite alla eredità culturale della vita nelle malghe se vi fossero intelligenze politiche sufficienti a creare una opportuna sinergia con associazioni e forze della cultura locale, si tramuterebbero senza meno in risorse anche economiche.
Ma si avvicinano i geli dell'inverno, e anche per quest'anno il Rotolon si prepara al consueto letargo, in attesa che nuovi spettacoli si annuncino in cartellone.

IL VENETO FERITO: VOCI DALL'ALLUVIONE 
Pag.9-10

MEMORIA: dati statistici dell'alluvione in VENETO del 2010





CRONACA e VIDEO del DISASTRO

tratto dal GIORNALE DI VICENZA 

"Un'alluvione che nel Vicentino non si vedeva dal 1966. Dalle prime ore di ieri, Vicenza, molte zone dell'hinterland e svariate località della provincia berica sono state invase prima dall'acqua e poi dal fango. Molti fiumi sono tracimati, allagando le campagne ma soprattutto le strade e le abitazioni. Drammatica la situazione in centro città e soprattutto a Cresole di Caldogno, tagliata in due da un torrente d'acqua tracimata dal Bacchiglione che ha rotto gli argini. Migliaia le case allagate, altrettanti gli sfollati (un centinaio in città, ospiti di Ipab, albergo cittadino, hotel e altre strutture), e le famiglie isolate. Un pensionato di Cresole, che sarebbe stato travolto dall'ondata, è disperso da ieri mattina. Di Giuseppe Spigolon, 75 anni, si sono perse le tracce"...

"Uno tsunami. Allagato un terzo della città. Il centro storico in ginocchio. Un centinaio di sfollati. Tutte le scuole chiuse. Paura per il teatro Olimpico. Ore di blackout. Barche e mezzi anfibi di polizia e vigili del fuoco in piazza XX Settembre. Scene da film di guerra. Il maledetto lunedì di Ognissanti inizia alle 7.30, quando il fiume “chiacchierone” alza la testa e sfonda a ponte degli Angeli: è il d-day dei fiumi vicentini. «Come e peggio del 1966: questa è un'alluvione», diagnostica il sindaco Achille Variati, mentre gonfia i sacchetti di sabbia con i volontari della protezione civile per proteggere negozi e case"...

Così i colleghi Diego Neri e Gian Marco Mancassola iniziavano le loro cronache da Cresole e Vicenza, i luoghi simbolo della grande alluvione di lunedì 1 novembre 2010. Un disastro, come titolava in prima pagina quel giorno Il Giornale di Vicenza. Che con i suoi cronisti, i suoi collaboratori e i suoi fotografi ne ha raccontato sin dai primi momenti i drammi, i volti, le storie, le polemiche.

La città e mezza provincia erano sott'acqua. Una notte di paura, una giornata di terrore. Che ripercorriamo oggi, qui. A cinque anni da quel «maledetto lunedì di Ognissanti». Per non dimenticare.

Domenica 31 ottobre 2010, ore 22. Il maltempo si abbatte sul Vicentino. Paura per una frana a Chiampo, danni e disagi fra Schio, S. Vito di Leguzzano e Torrebelvicino.
Lunedì 1 novembre 2010, ore 1. I danni si moltiplicano nella zona di Torrebelvicino: una frana a ponte Capra blocca parzialmente la provinciale, disagi anche in zona Enna. I pompieri sono in allerta.
Ore 2. Paura in città per il livello del Bacchiglione. A ponte degli Angeli le forze dell'ordine segnalano i rischi.
Ore 6. L'allerta è molto elevata. Parecchie strade del centro di Vicenza sono allagate.
Ore 7.30. A ponte degli Angeli esce il Bacchiglione. Poco dopo tracima a ponte Pusterla, quindi nella zona di via Diaz. Paura anche per il teatro Olimpico.
Ore 9. Tracima il Bacchiglione e un torrente di fango travolte Cresole di Caldogno. Lobbia e Rettorgole erano già sotto acqua.
Ore 9.30. Si costituisce l'unità di crisi in prefettura con tutte le forze dell'ordine, il sindaco e i tecnici. Più o meno in contemporanea viene chiusa l'autostrada A4 a Montebello.
Ore 13.30. Tracima anche il Tesina a Torri di Quartesolo. La strada è chiusa da ore, alcune famiglie vengono evacuate. Peggiora la situazione a Caldogno.
Ore 17. È confermata la notizia che a Cresole un pensionato è disperso fin dal mattino. La persona che era stata ritrovata non era lui.
Ore 19. Ordinata la chiusura delle scuole di Vicenza e di tutte le superiori della provincia. Molti Comuni dispongono la chiusura anche di asili, elementari e medie.
Ore 20. Il sindaco di Caldogno Vezzaro stima in circa 3 mila gli sfollati nel suo Comune. A Vicenza sono un centinaio, soprattutto nella zona di Debba. Un altro centinaio nello Scledense.
Redazione web

VIDEO:

TELECHIARA

VENETOVISION 

ELIVIDEO

ALLUVIONE DALL'ALTO:

N.1

N.2

N.3

 

sabato 29 ottobre 2016

Cosa sono OSPITALITA' ed ACCOGLIENZA?

Miei PENSIERI e spunti tratti dal Libro “OSPITALITA’” di Dario Vivian


INTRODUZIONE:
A-    STORIA e RELIGIOSITA’ (SACRO  OSPITE) 
B-     Il PROSSIMO come NOI STESSI (CURA e RISPETTO) 
C-    CASA nostra è la CASA degli ALTRI (APERTURA) 
D-    AMARE SE STESSI per poter AMARE gli ALTRI (VOLERSI BENE – AMOR PROPRIO) 
E-    CONDIVIDERE (VIVERE con gli ALTRI) 
F-    RINGRAZIAMENTO
G-   BUON ESEMPIO (FRATELLANZA) 
H-   UNO e TRE (ASCOLTO della PAROLA di DIO) 
I-     RICEVERE non è meno DIVINO di DARE 
J-    UNIVERSALITA’
K-    SACRIFICIO 
L-    SERVIZIO e ASCOLTO (DUALITA’ in noi)

INTRODUZIONE 
A- STORIA e RELIGIOSITA’ (SACRO  OSPITE)
Per capire l’ospitalità dovremo conoscere un po’ di Storia e di Religiosità.
Storia che ci viene raccontata sin dal tempo dei primi PELLEGRINI che si muovevano verso i LUOGHI SACRI alla ricerca di qualcosa di superiore e divino per crescere e maturare in quell’ attesa di meditazione della propria vita in cui dovevano far pulizia e chiarezza nel proprio cuore.
Avevano motivo di sostare lungo il viaggio lungo e faticoso (da qui la nascita dei primi luoghi di Ristoro ed Accoglienza, all’ inizio GRATUITI per l’epoca classica in quanto l’ospite era SACRO, poi via via a PAGAMENTO a seconda del servizio offerto sempre più complesso ed adatto alle diverse esigenze del viandante divenuto oramai turista per diletto, cultura, sport, cura e benessere, religiosità, ecc.).
Non a caso il primo albergo in Grecia si chiamerà LEONIDEO, nome che deriva dal grande Eroe guerriero Spartano LEONIDA che diede la propria vita in modo eroico con i propri valorosi 300 scelti a difesa della propria patria, la culla della civiltà occidentale classica, precursore della nostra civiltà odierna. Offrire la propria vita per qualcosa di superiore, e per il futuro dei propri figli.

B- Il PROSSIMO come NOI STESSI (CURA e RISPETTO)
Dovremo soffermarci sul fatto che l’essere ospiti nel periodo classico fosse un privilegio, perché se anche l’ospite era sconosciuto, misterioso e poteva presagire a un comportamento scorretto, poco affidabile, quasi pericoloso per il fatto di non essere poi più reperibile in caso di danneggiamento del luogo di ristoro, costui che poteva essere considerato un perfetto sconosciuto, temibile nemico (dal greco hospitis), all’ incontrario invece si era capito benissimo quale fosse l’importanza di PRENDERSI CURA del PROSSIMO, e quindi l’ACCOGLIENZA, l’OSPITALITA’ doveva partire da CHI si prendeva l’IMPEGNO di fare qualcosa per gli ALTRI.
Temere significa RISPETTARE per poter ricevere un domani lo stesso trattamento.

C- CASA nostra è la CASA degli ALTRI (APERTURA)
E’ come quando accade nelle nostre CASE, nel momento in cui decidiamo di INVITARE qualcuno, ci mettiamo in moto per riordinare ed abbellire la nostra dimora, per poter dare il miglior BENVENUTO a chi ci fa VISITA, non solo pensando alle COSE di ADDOBBO, ma anche e soprattutto a quel CALORE, AMORE, DONO che vogliamo lasciare in RICORDO a chi poi si porterà via quel qualcosa di astratto ma molto importante da noi.
Praticamente la nostra Casa diventa la Casa degli Altri, per la nostra disponibilità ad Accogliere ed Ospitare. Ospitalità diventa il nostro modo di Accoglienza Altrui.
Cosa direbbero gli altri di noi, se facessimo brutta figura, rimanendo scortesi o non dando valore a chi ci vuol far visita? Sarebbe come non volersi prender cura nemmeno di noi stessi.

D- AMARE SE STESSI per poter AMARE gli ALTRI (VOLERSI BENE – AMOR PROPRIO)
E’ il BISOGNO di SENTIRSI AMATI, sentirsi ACCOLTI, che qualcuno ci tiene a noi, ci vuole fare COMPAGNIA e prendersi cura di noi per DEDICARCI del proprio TEMPO.
Essere DISPONIBILI all’ ASCOLTO dell’ALTRO, significa mettersi al SERVIZIO (FARE POSTO) di colui che ha bisogno di noi, per cui comprendere di dover attrezzarsi e preparare il proprio CUORE all’ APERTURA in modo da comprenderne i BISOGNI, mettendosi con COMPASSIONE ed ATTENZIONE rimanendo premurosi che chi ha bisogno di RICEVERE qualcosa da noi, noi siamo in grado di DARE. Compatire, ossia PATIRE insieme, comprendere lo stato d’animo dell’altro.
AMARE per ESSERE AMATI, ACCOGLIERE per essere ACCOLTI, OSPITARE per essere OSPITATI.

E- CONDIVIDERE (VIVERE con gli ALTRI)
Comunicare con gli altri per vivere qualcosa insieme ci porterà a nostra volta un immenso calore, felicità, perché ci siamo resi utili, e comprendere che colui che oggi ha bisogno è RISPETTARE quell’ essere umano che un domani potrebbe essere il nostro turno di bisogno.
VIVERE quindi con attenzione in modo da gioire, soffrire, scambiando i propri sentimenti.

F- RINGRAZIAMENTO
Questo tipo di BUON ESEMPIO oltre a RISPETTARE il nostro prossimo, ci aiuterà a far crescere noi stessi e la società, perché solo mettendo gli altri al centro, riusciamo ad abbandonare il nostro EGOISMO, dove pensiamo solo a noi stessi dimenticandoci dell’esistenza degli altri, aumentando invece l’amore come ringraziamento di un DONO più grande e che possiamo riconoscerci come CREATURE meravigliose di un DIO IMMENSO, CREATORE BUONO.

G- BUON ESEMPIO (FRATELLANZA)
Questa FRATELLANZA aiuterà la nostra APERTURA all’ ACCOGLIENZA, perché solo CHI si sente ACCOLTO, si apre a sua volta all’ ACCOGLIENZA, perché da esempio traiamo altro esempio.
A noi la scelta quotidiana nelle nostre piccole azioni sul VALORE del BENE e del MALE che porterà un’importante RESPONSABILITA’ del DONO di VITA ricevuto, al quale dovremo tutti rendere conto un giorno, cercando di espletare al meglio le nostre capacità singolari, doti uniche e diverse, attitudini innate.
Non si può AMARE qualcuno se non troviamo la PACE di VIVERE con gli ALTRI, e a maggior ragione in un mondo di sofferenze e difficoltà non si ha modo di DARE QUALCOSA a QUALCUNO, AMARE qualcuno se questo sentimento non l’abbiamo prima sperimentato noi stessi.
Indipendentemente da come si riceve però, dobbiamo aprirci alla SPERANZA, alla FIDUCIA, che già con il DONO della VITA, noi tutti siamo stati AMATI da un DIO grande, che ci chiede attraverso la nostra ESISTENZA, ESPERIENZA, di renderlo VISIBILE attraverso i nostri OCCHI, il nostro CUORE al nostro prossimo che incontriamo in ogni momento di vita.

H- UNO e TRE (ASCOLTO della PAROLA di DIO)
L’AMORE si concretizza nel momento in cui un DIALOGO fra due persone porta a FRUTTO un terzo interlocutore, è lo SPIRITO SANTO che fa passare l’AMORE tra DIO PADRE e il FIGLIO GESU’ CRISTO. E’ il mistero della SANTISSIMA TRINITA’.
Tutti coloro che ospitiamo non sono altro che UNO (Gen.18,13)
“Tutto quello che avete fatto a uno solo dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.” (Mt.25,40)
La PREGHIERA è l’ESPRESSIONE massima dell’OSPITALITA’, che Dio fa di noi ACCOGLIENDOCI nel dialogo con Lui.
Ecco il BISOGNO di interloquire con Lui, la necessità di aver FIDUCIA, FEDE, di sentirsi piccoli, umili di fronte a tanta grandezza, il bisogno di AIUTO, che viene sostenuto attraverso l’ASCOLTO della PAROLA di DIO. “Non di solo Pane vivrà l’uomo, ma di ogni Parola che esce dalla Bocca di Dio” Mt.4,4
Nelle RELAZIONI tra Uomo e Uomo e tra Uomo e Dio avviene sempre la stessa RECIPROCITA’ nell’ OSPITARE e LASCIARSI OSPITARE, che è più difficile perché dobbiamo FIDARCI dell’Altro.

I- RICEVERE non è meno DIVINO di DARE
ACCOGLIENZA è quindi il nostro MODO di ESSERE, la nostra DISPONIBILITA’, la DIMORA che offriamo noi in quel preciso istante in RAPPORTO con gli altri. E’ il luogo di INCONTRO, SCAMBIO, CONFRONTO aprendo l’essere umano alla più PROFONDA UMANITA’, che ci aiuta a crescere e sentire il vero significato della nostra esistenza, a RICONOSCENZA della GLORIA di DIO PADRE che viene contagiata solo con un rapporto di fratellanza benefica.
E’ il CUORE che parla! Solo scoprendo e cercando nel cammino di FEDE il MISTERO della nostra VITA e di DIO, ci porterà alla piena realizzazione di NOI STESSI: ESISTERE per far conoscere DIO, che si vuol far scoprire, immenso ma invisibile ai nostri piccoli occhi!  

J- UNIVERSALITA’
Rivolgere a tutti il dono di amare, servire, come se dovessimo accogliere noi stessi.
Con questa benedizione che riceveremo dall’ alto porteremo molto frutto e soprattutto faremo conoscere l’amore di Dio agli altri, altrimenti ci sarà sterilità, chiusura. Il fare qualcosa non è per noi stessi ma per gli altri, che ricevendo un buon esempio da noi imparano a loro volta a dare del proprio.

K- SACRIFICIO
Per poter dare qualcosa è necessario il sacrificio, così come Abramo dopo aver a lungo atteso il figlio Isacco gli viene chiesto di dare indietro il dono concesso da Dio, il quale però per la fede e riconoscenza lo risparmia e promette alleanza e discendenza nei secoli.
I figli sono quindi tutti da Dio in quanto creati da Lui, i genitori sono solo degli educatori che con amore hanno desiderato mettersi in gioco in favore dell’amore, per proseguire il progetto di Dio nella divulgazione del Suo mistero di gloria.
Dio non risparmia però il suo primogenito Gesù per la salvezza del mondo intero dai peccati, lasciando comunque la libertà di scelta nel compiere un atto di amore (libero arbitrio).
“Dio ha tanto amato il mondo da dare il figlio unigenito” (Gv.3,16)
E’ l’esempio di amore più grande in assoluto, perché perdere la propria vita per gli altri non ha misura di paragone, è svuotare se stessi per donarsi completamente agli altri.
In entrambi i casi i figli sono il frutto di un’ospitalità che và oltre, è aprirsi accettando di donare qualcosa all’umanità.
Anche la madre di Gesù Maria accompagna il figlio alla Passione sul Calvario, accettando che la propria maternità non sia fine a se stessa, ma un dono per tutta l’umanità.
Gesù prima di morire affida Maria come madre di tutti noi, per capire il meraviglioso esempio di un’umile donna che si è fidata ciecamente e si è messa al servizio della volontà di Dio Padre.
Dio non interviene per risparmiare il figlio unigenito per farlo diventare primogenito di molti fratelli, Figlio della Promessa per la quale nessun essere umano è escluso. Un figlio nel quale tutti noi siamo figli.
Il Padre sacrifica il Figlio sulla Croce per diventare Padre di tutti e consegnarci il Figlio come Fratello.
Passaggio Pasquale di apertura che genera, dal costato trafitto del Cristo viene alla Luce un’umanità riconciliata.

L- SERVIZIO e ASCOLTO (dualità in noi) 
Come nel brano della Genesi “Non passare oltre, senza FERMARTI dal tuo SERVO…RISTORATEVI, dopo potete proseguire” (Gen.18,1-5) anche Gesù è ospitato nella casa di Betania da Marta e la sorella Maria prima di entrare verso la Gerusalemme dove lo attende la morte, ci ricorda la dualità che c’è in tutti noi, della difficoltà di dover operare con le cose per la propria sopravvivenza, ma anche di dover affidarci all’ ASCOLTO della Parola di Dio per rimanere in comunione ed armonia con gli altri, per camminare sempre bene seguendo i cartelli stradali dei 10 comandamenti che ci indicano come meglio proseguire nella vita, evitando il male ed imparando a gestire le situazioni difficili.
Oggi c’è un gran bisogno di parlare, di dire la propria, c’è un’impazienza nel fare, avere, come per sentirsi vivi, invece c’è la necessità di fermarsi per ascoltare, accogliere, essere e sentirsi AMATI
Con “Marta, Marta tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una sola cosa c’è bisogno” (Lc.10,38-42) Gesù indica chiaramente quale posto importante occupi la preghiera, meditazione, ascolto della Parola di Dio, perché è sì importante vivere nel mondo, ma non farsi schiavi delle cose, bensì prepararsi con lo stato d’animo giusto e quella spiritualità che permetta di relazionarci in modo corretto con gli altri, quando abbiamo da fare delle cose insieme.
Tra le due sorelle c’è RECIPROCITA’, ossia un modo di CONFRONTARSI, SPECCHIO una dell’altra per verificare la diversità, ATTITUDINE ad OSPITARE, ACCOGLIERE l’altro nella nostra casa interiore, ANIMO, DISPONIBILITA’ a LASCIARCI ACCOGLIERE, AFFIDANDOCI all’altro, in ASCOLTO e CONSEGNA.

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sabato 3 settembre 2016

Ponte Tibetano nel Progetto VA.PO.RE

17.09.2016 INAUGURAZIONE del PONTE TIBETANO sulla STRADA del RE

L'apertura al pubblico del Ponte a corde, curato dell'Arch. Carlo Costa, sarà domenica 18 settembre.
Ufficialmente verrà inaugurato sabato 17 settembre alla presenza delle autorità invitate.
www.viapasubio.it



 => Il PROGETTO (in pdf)


Sospesi a 30 metri con il ponte tibetano. Domani 18.09.2016 l'apertura

VALLI DEL PASUBIO. È arrivato il gran giorno dell'inaugurazione dell'atteso “ponte tibetano” sulla Strada del Re tra l’ossario e Campogrosso. Cerimonia a numero chiuso per il fatidico taglio del nastro, ma da domani, domenica 18 settembre, il ponte sarà aperto al pubblico. La passerella si trova sospesa a 30 metri d'altezza ed è sorretta da due ancoraggi posti a 105 metri di distanza l’uno dall’altro, ancorati alla roccia tramite robusti tondini lunghi diversi metri.

«Sono sicuro che il ponte a corde sospeso che ci restituisce l’anello del Sengio Alto richiamerà molti appassionati escursionisti proprio per la sua unicità che restituisce a questo ambito delle Piccole Dolomiti un percorso di estremo valore paesaggistico, un tratto che tutti vogliamo sia esteso al più presto per completare l’altro sentiero, quello che partendo da Bocchetta Campiglia si concluda a Recoaro in una ventina di chilometri attrezzati e messi in sicurezza». Roberto Ciambetti, presidente del Consiglio regionale del Veneto saluta così l’inaugurazione del ponte di corde sopra la frana che aveva reso impraticabile la strada del Re bloccando così anche agli escursionisti il collegamento tra l’Ossario del Pasubio e il Rifugio di Campogrosso.
«Era ancora assessore in Provincia quando venivo costantemente sollecitato dalla realtà locale che mi chiedeva sopralluoghi, sollecitava studi, avanzava proposte per ripristinare la Strada del Re, tra le più belle nel Vicentino per il panorama che offriva degno appunto delle grandi strade dolomitiche proprio nel tratto tra Campogrosso e l’Ossario del Pasubio, ma minata dalle frane che l’avevano resa inevitabilmente inagibile e insicura. Con questo voglio testimoniare che gli amministratori locali da sempre hanno tentato di intervenire, scontrandosi spesso con la dura realtà delle analisi geologiche, che confermavano la pericolosità del movimento franoso e l’impossibilità di ripristinare il vecchio percorso stradale: non solo i costi sarebbero stati troppo elevati, ma nessuno poteva garantire la sicurezza. Così - continua Ciambetti - ho salutato veramente con grande soddisfazione la svolta nata attorno al progetto Va.Po.Re., avviata nel 2011, che ha visto i tre comuni di Valli, Posina e Recoaro, presentare progetto complesso da circa un milione di euro, finanziato per il 75% dalla Regione del Veneto e per il quale mi sono speso ben sapendo l’importanza di questa proposta. Il ponte odierno, infatti, è solo uno dei sette stralci che caratterizzano questo percorso eccezionale che unisce Bocchetta Campiglia con Recoaro nel quale la Regione del Veneto crede fermamente».
Il presidente Ciambetti poi sottolinea un dato: «Questa estate è stata funestata da decine di incidenti mortali nelle Alpi e Prealpi e anche nel Vicentino ci sono stati eventi tragici - ha detto il presidente del Consiglio regionale - Ciò pone a noi tutti il problema della sicurezza: nessun sentiero attrezzato riuscirà ad azzerare i rischi, ma è pur vero che un sentiero adeguatamente sistemato contribuisce a diminuire i pericoli. Il progetto Va.Po.Re ha questa ambizione e penso che il ponte sospeso di Valli del Pasubio sia testimonianza di ciò. Sono sicuro che molti appassionati già dai prossimi giorni metteranno a prova le loro sensazioni, il senso dell’equilibrio o sfideranno le vertigini: a tutti consiglio comunque prudenza ed estrema cautela. Questo ponte è un bellissimo strumento messo al servizio di tutti, non è una giostra e la montagna non è un parco dei divertimenti, ma pretende sempre rispetto e molta attenzione». 

Si cammina sospesi a 30 metri col ponte tibetano

28.08.2016
VALLI DEL PASUBIO. A Valli del Pasubio in tanti toccano ferro. Anzi, acciaio. Dopo tanti rinvii, ritardi, problemi tecnici e voci incontrollate (ad esempio quella sul presunto crollo dei piloni circolata una ventina di giorni fa) il sindaco Armando Cunegato ha stabilito il giorno per l’inaugurazione del “ponte tibetano” sulla Strada del Re tra l’ossario e Campogrosso. Taglio del nastro il 17 settembre, con una cerimonia a numero chiuso. L’apertura al pubblico invece è prevista per il 18, salvo imprevisti che potrebbero farla slittare ancora di qualche giorno. I lavori in ogni caso sono in fase molto avanzata.
IL PONTE. I quattro spessi cavi d’acciaio che costituiscono la struttura portante dell’opera sono già stati tesi tra i due ancoraggi, posti a 105 metri di distanza l’uno dall’altro e ancorati alla roccia tramite robusti tondini lunghi diversi metri. È appena cominciata invece la posa delle strutture in grigliato, sempre d’acciaio, che costituiranno il pavimento della passerella, ma la campata unica sospesa a 30 metri d’altezza offre già uno spettacolo impressionante. Si tratterà poi di fissare le barre verticali dei parapetto. La struttura poi sarà attraversabile a piedi senza difficoltà. Vertigini permettendo.
TURISMO. In realtà il termine “ponte tibetano” con cui l’opera è stata battezzata dalla vox populi è improprio: quel tipo di struttura prevede infatti solo tre corde: una più grossa su cui camminare e due come corrimano. Più corretta è la definizione di ponte di corde in acciaio. La si chiami in un modo o nell’altro, è sicuro comunque che la presenza dell’opera non passerà inosservata. Se non è il più lungo d’Italia nel suo genere, di certo rientra fra gli esemplari notevoli dell’arco alpino. E il suo potenziale turistico non è stato un aspetto secondario nella scelta della sua costruzione.
LA STRADA. La necessità di un’opera come questa è emersa nel 2008 quando un’ampia frana ha fatto crollare un tratto della Strada del Re, che collega Pian delle Fugazze, l’Ossario e passo Campogrosso, interrompendo così uno dei più amati anelli escursionistici delle Piccole Dolomiti. Le stime per il ripristino della carrozzabile erano di circa 2 milioni di euro «con l’incertezza di futuri smottamenti» sostiene il sindaco di Valli Armando Cunegato. Per lui la scelta del ponte di corde è stato un «giusto compromesso» tra i costi (300 mila euro circa) e la durevolezza nel tempo.
OSTACOLI. La costruzione del ponte, approvata nel 2013, è stata rallentata però da imprevisti di ogni tipo. Prima le obiezioni di coloro che ritenevano l’opera inutilmente costosa e inadeguata alle esigenze di mobilità e soccorso. Poi il meteo avverso e le nevicate eccezionali. E ancora la necessità di spingersi più in profondità di quanto si pensava con le fondamenta. Ostacoli che hanno reso quei cento metri di salto nel vuoto quasi insormontabili. E così l’inaugurazione è slittata di stagione in stagione. Oggi però (mentre sta per scadere l’ultima proroga di 120 giorni), l’altro lato del precipizio sembra essere più vicino.
Elia Cucovaz

Un lungo ponte tibetano fino a passo Campogrosso

Tratto da TRENTINO CORRIERE ALPI
29 agosto 2016 - Vallarsa, la struttura in cavi d’acciaio verrà inaugurata dopo metà settembre. Mette 
in comunicazione il sacrario del Pasubio, in Veneto, col versante trentino.
Il ponte. I quattro spessi cavi d’acciaio che costituiscono la struttura portante dell’opera sono già stati tesi tra i due ancoraggi, posti a 105 metri di distanza l’uno dall’altro e ancorati alla roccia tramite robusti tondini lunghi diversi metri. È appena cominciata invece la posa delle strutture in grigliato, sempre d’acciaio, che costituiranno il pavimento della passerella, ma la campata unica sospesa a 30 metri d’altezza offre già uno spettacolo impressionante. Si tratterà poi di fissare le barre verticali dei parapetto. La struttura poi sarà attraversabile a piedi senza difficoltà. Vertigini permettendo.
Turismo. In realtà il termine “ponte tibetano” con cui l’opera è stata battezzata dalla vox populi è improprio: quel tipo di struttura prevede infatti solo tre corde: una più grossa su cui camminare e due come corrimano. Più corretta è la definizione di ponte di corde in acciaio. La si chiami in un modo o nell’altro, è sicuro comunque che la presenza dell’opera non passerà inosservata. Se non è il più lungo d’Italia nel suo genere, di certo rientra fra gli esemplari notevoli dell’arco alpino. E il suo potenziale turistico non è stato un aspetto secondario nella scelta della sua costruzione.
La strada. La necessità di un’opera come questa è emersa nel 2008 quando una grossa frana ha fatto crollare un tratto della Strada del Re, che collega Pian delle Fugazze, l’Ossario e passo Campogrosso, interrompendo così uno dei più amati anelli escursionistici delle Piccole Dolomiti. Le stime per il ripristino della carrozzabile erano di circa 2 milioni di euro «con l’incertezza di futuri smottamenti» sostiene il sindaco di Valli Armando Cunegato. Per lui la scelta del ponte di corde è stata accolta come un ragionevole compromesso tra i costi (circa 300 mila euro) e la durevolezza nel tempo.
Ostacoli. La costruzione del ponte, approvata nel 2013, è stata rallentata però da imprevisti di ogni tipo. Prima le obiezioni di coloro che ritenevano l’opera inutilmente costosa e inadeguata alle esigenze di mobilità e soccorso. Poi il meteo avverso e le nevicate eccezionali. E ancora la necessità di spingersi più in profondità di quanto si pensava con le
fondamenta. Ostacoli che hanno reso quei cento metri di salto nel vuoto quasi insormontabili. E così l’inaugurazione è slittata di stagione in stagione. Oggi però (mentre sta per scadere l’ultima proroga di 120 giorni), l’altro lato del precipizio sembra essere più vicino.


Ponte tibetano, slitta a fine estate l’apertura

TRATTO dal GIORNALE DI VICENZA - 21.06.2016

Slitta di un paio di mesi l'apertura dell'attesissimo ponte sospeso sull'anello tra Pian delle Fugazze e passo Campogrosso, collegamento tanto agognato da amministratori, escursionisti e appassionati di montagna da quando una frana nel 2008 cancellò un tratto di percorso.

L'apertura era stata annunciata per metà giugno ma bisognerà attendere ancora, a causa di alcuni contrattempi. «Come riferitomi dai tecnici che stanno seguendo l'intervento – spiega il sindaco Armando Cunegato - si andrà probabilmente alla fine di agosto, a seguito di alcuni problemi alle funi. Mi spiace molto perchè questo non giova al turismo estivo».Il cosiddetto ponte tibetano è una struttura di corde d'acciaio con una campata unica di oltre 100 metri, che si eleverà per oltre 30 metri sopra il terreno. Verrà realizzato nell'ambito del progetto “Va.po.re”, che riunisce i comuni di Valli Posina e Recoaro. In questo senso sono già partiti gli interventi di sistemazione dell'anello di Campogrosso, affinchè la strada sia pronta e in sicurezza al momento dell'inaugurazione a fine estate. S.D.C.                                 

Ponte da brivido: 100 metri di corde d’acciaio e funi sospese nel vuoto

TRATTO dal GAZZETTINO 09.06.2015

VALLI DEL PASUBIO – L’alta Valleogra avrà per la fine dell’estate la tanto attesa opera che sarà un forte richiamo turistico: il “ponte tibetano”, una struttura pedonale che permetterà di superare la frana sulla Strada del Re, poco dopo l'Ossario di colle Bellavista, e renderà di nuovo percorribile il cosiddetto "anello di Campogrosso", inagibile dell’alluvione del novembre 2010.

Il ponte sospeso, costituito da corde d’acciaio, con funi a servire da passamani e una base per il marciapiede costituita a sua volta da travi di legno, avrà una campata unica di oltre 100 metri e si eleverà per oltre 30 metri sopra il cedimento del terreno che ha reso inagibile la via.

Del ponte tibetano si parla dal 2012 ed è stato contestato da alcuni perché ritenuto inutile a soddisfare le esigenze di mobilità e soccorso. Secondo l'amministrazione comunale di Valli del Pasubio invece, oltre a collegare la strada interrotta dalla frana, fungerà da innovativa attrazione turistica. Il progetto del ponte tibetano rientra nel pano "Va.Po.Re" (acronimo delle iniziali dei tre Comuni coinvolti di Valli, Posina e Recoaro) che punta a realizzare una pista ciclo-pedonabile lunga oltre 20 chilometri: da Bocchetta Campiglia a Recoaro Mille, attraversando splendidi panorami delle vallate del Leogra e dell'Agno. Il sindaco di Valli, Armando Cunegato è preciso: "vogliamo che la Strada del Re torni percorribile da pedoni e ciclisti. Per questo siamo disposti ad accollarcela. Con 180 mila euro costruiremo un ponte tibetano che passerà sopra la frana. Creeremo pure una grande ciclabile che sarà un’eccellente opportunità per rilanciare il turismo prealpino e porterà sulle nostre montagne tanti cicloturisti alla ricerca di panorami nuovi". 
Vittorino Bernardi










Hanno preso il via ufficialmente i lavori per il tanto chiacchierato Ponte “tibetano” di Valli del Pasubio, l’originale soluzione infrastrutturale adottata dall’Amministrazione Cunegato per risolvere il problema della grossa frana che ha interessato la Strada del Re, che collega il Passo Pian delle Fugazze a quello di Campogrosso cingendo nella parte anteriore la catena del Sengio Alto.












Il tratto in questione, franato pesantemente da qualche anno, si incontra dopo poche centinaia di metri muovendosi in direzione Ossario del Pasubio-Campogrosso, ed era diventato un importante problema di sicurezza per tutti coloro che decidessero di percorrere la Strada del Re. “In seguito a perizie geologiche, le quali ci hanno confermato che la frana è molto profonda, abbiamo capito che la sistemazione con metodo classico avrebbe comportato svariati milioni di euro” ha dichiarato Armando Cunegato, Sindaco di Valli, “perciò abbiamo adottato questa soluzione, pratica, sicura, economica e turisticamente accattivante”.
La realizzazione del Ponte, con annessa pulizia e sistemazione della strada, è il primo stralcio del progetto VA.PO.RE, programma regionale creato nel 2010 per la riqualificazione delle piccole dolomiti tra Valli, Posina e Recoaro. Vale complessivamente 300.000 euro, finanziati quasi totalmente dalla Regione.
Sarà lungo 105 metri con un’altezza massima di 35 e dislivello di 2, largo 70 cm con le sponde altre 130, pavimentato con uno spesso strato di acciaio forato, e ancorato sui due lati di appoggio da grossi sostegni di calcestruzzo realizzati dalla ditta Dalla Gassa. Sarà sostenuto da varie corde di acciaio e antivento, e scavalcherà il tratto franato sorvolandolo. E’ stato definito semplicisticamente “tibetano” in virtù del suo essere totalmente sospeso, ma di fatto la sua consistenza e struttura sono molto solide, e la stabilità del terreno “è continuamente monitorata dai carotaggi che stiamo facendo”, come puntualizzato dall’architetto Carlo Costa, direttore dei lavori.
La ditta Gheller vincitrice dell’appalto ha iniziato i lavori il 13 maggio, e secondo Costa la conclusione è prevista alla fine dell’estate. Grande soddisfazione è stata espressa da Cunegato, poiché “abbiamo risolto un problema sanguinoso per il turismo e la viabilità montana del nostro Comune, che una volta finiti i lavori sarà ripristinata assieme al celebre anello di Campogrosso”. “Tecnicamente è la soluzione migliore – ha proseguito – ma anche sotto il profilo dell’innovazione è un ottimo progetto, come confermatoci  dagli addetti ai lavori. Siamo fiduciosi che sarà una grande attrattiva – ha concluso – che riporterà molte persone a camminare nel nostro territorio”.
Federico Pozzer

Un ponte sulla Strada del Re per dare slancio al turismo


TRATTO dal GIORNALE DI VICENZA 07.03.2012
Il Comune di Valli chiede alla Provincia un regalo speciale: la Strada del Re. E forse lo otterrà in settimana. Si chiama così perché Vittorio Emanuele III, dopo aver reso omaggio alle vittime della Prima Guerra Mondiale sul colle di Bellavista, la percorse per raggiungere Recoaro. È questione di giorni ma da palazzo Nievo dovrebbe arrivare il “sì" che sblocca la situazione. Da un anno e mezzo sulla carrozzabile di cinque chilometri che dall'Ossario del Pasubio arriva al rifugio di Campogrosso grava una grossa frana che impedisce il transito non solo dei veicoli ma anche degli escursionisti. A Vicenza non ci sono soldi per sistemarla, con il rischio che l'impercorribilità rimanga a lungo, e allora Valli si fa avanti per ottenerne la proprietà e passare poi alla costruzione di un ponte tibetano che bypassi l'ostacolo. L'operazione rientra nel progetto “Vapore” che prende il nome dalle iniziali dei tre Comuni coinvolti: Valli, Posina e Recoaro. Vale un milione di euro, 750 mila dei quali finanziati dalla Regione tramite l'Intesa Programmatica d'Area. Il resto sarà scucito dal terzetto di enti che punta a realizzare una pista ciclo-pedonabile lunga oltre 2o chilometri che da Bocchetta Campiglia porta a Recoaro Mille superando quota 2 mila e attraversando i più bei panorami delle vallate del Leogra e dell'Agno. Una manna per gli escursionisti e per gli appassionati della Grande Guerra. Dovrebbe essere pronta per il 2014, alla vigilia del centenario bellico ma serve prima superare l'ostacolo della frana, che non sarà rimossa. Troppo elevati i costi, come spiega il sindaco valligiano Armando Cunegato: «Vogliamo che la Strada del Re torni percorribile da pedoni e ciclisti. Per questo siamo disposti ad accollarcela. Con 180 mila euro costruiremo un ponte tibetano che passerà sopra la frana. Il progetto è già pronto, manca appunto l'ok della Provincia. Creeremo una grande ciclabile che sarà un'eccellente opportunità per rilanciare il turismo prealpino e porterà sulle nostre montagne tanti cicloturisti alla ricerca di panorami nuovi». È d'accordo il collega Andrea Cecchellero di Posina: «Si tratta di un progetto importante per la nostra economia. Il percorso partirà dal nostro laghetto Main, a ridosso del centro posinate, per arrivare a Recoaro, passando per passo Xomo, la strada degli Scarubbi, il rifugio Papa, scendere al Pian delle Fugazze, salire all'Ossario per arrivare in territorio recoarese». Dove il progetto trova pieno appoggio, come conferma il sindaco Franco Perlotto: «Non solo favoriremo lo sviluppo di un'area protetta ma daremo l'occasione di collegare fra loro numerosi siti della Grande Guerra, ripristinando alcuni passaggi. Il percorso attraverserà anche il Rotolon, tanto che stiamo studiando la soluzione migliore»
Mauro Sartori.


Considerazioni del Presidente del CAI di Schio

11.11.2014


Valli. L’opposizione: ‘Sindaco illumina gallerie e non contrade’. Cunegato: ‘Illazioni’ e spiega Va.po.re.


TRATTO da ALTOVICENTINO ON LINE 08.07.2013

Tira aria di campagna elettorale a Valli del Pasubio. A un anno dalle prossime amministrative la minoranza è scesa all’attacco con alcuni manifesti contro il Sindaco provocando la reazione di Armando Cunegato che, con l’aria di chi ha le carte in regola per non temere la contestazione, ha replicato: ‘Sono illazioni nate da una notizia interpretata nel modo sbagliato. Accetto la sfida, ma dovrebbero informarsi meglio’.

A Valli del Pasubio e dintorni gira infatti la voce che le 52 gallerie, storico teatro di guerra nel Monte Pasubio e percorso di trekking tra i più affascinanti, verranno illuminate. Questo ha portato il gruppo di minoranza del ‘paese della sopressa’ a scendere in campo contro il suo Sindaco con dei manifesti che recitano più o meno così: ‘Il Sindaco di Valli illumina le gallerie del Pasubio, peccato che in 4 anni non abbia installato nessun nuovo punto luce nelle contrade. Un progetto da 133 mila euro. Quanti schei trati via’.
Di che cosa si tratta quindi? Di un luna park a sfondo storico per gli appassionati della montagna? Di un’attrattiva che fa da contorno alla prelibata sopressa di Valli? Di un punto luce che illumina la storia della Val Leogra? Niente di tutto ciò secondo Cunegato, che un po’ restio a rispondere a certe accuse, ha poi deciso di replicare a qualcosa che lui ritiene ‘lontano dalla realtà’.
E così si spiega: ‘Premetto che le strade e contrade di Valli sono illuminate. Mancano solo 5 o 6 punti luce che non sono determinanti e che comunque entro l’anno saranno attivi. Ma il punto chiave del discorso riguarda l’illuminazione delle 52 gallerie del Pasubio. Ci tengo a sottolineare che le gallerie non saranno illuminate. 3 gallerie saranno dotate di un’installazione dell’artista Marco Nereo Rotelli e si tratta di opere d’arte che omaggiano la storia della nostra montagna e renderanno ancora più interessante il percorso per tutti quei turisti che ogni anno, con il sole, la pioggia e il maltempo, gratificano la nostra zona con la loro presenza’.
Quello che alcuni definiscono ‘l’illuminazione delle gallerie’ è un progetto che vedrà la luce grazie a fondi della Regioni destinati allo sviluppo turistico.
‘Siamo all’interno del progetto Va.Po.Re. (Valli, Posina, Recoaro) – ha spiegato Cunegato – per il quale abbiamo ottenuto un fondo di 1 milione di euro. 750 mila li mette la Regione mentre gli altri 250 mila vengono sborsati da 3 Comuni (Valli, Posina e Recoaro) che collaborano perché concordiamo nel fatto che sia un’opportunità unica per rilanciare il turismo, che se sviluppato nel modo corretto può rappresentare una fonte di reddito importante per le attività locali’.
Nel progetto Va.Po.Re. ci sono fondamentalmente 3 interventi di primo piano, tutti destinati allo sviluppo turistico: l’opera d’arte nelle gallerie, il ponte a corde che riapre la strada di Campo Grosso bypassando la frana, e la sistemazione di strade e percorsi che al momento non sono transitabili o non sono sicuri.
‘Siamo orgogliosi – ha detto Cunegato – perché è il primo vero investimento che viene fatto su un’area che non ha mai ricevuto fondi. In passato la nostra era una zona turistica stimata e vorremmo tornare a darle il giusto rilievo. Con questi soldi vogliamo sviluppare e mettere in sicurezza il percorso delle 52 gallerie, rispristinare percorsi che finora sono stati considerati solo sportivi, e sistemare strade per le quali altrimenti non avremmo i soldi. Gli interventi toccheranno sentieri di Posina, Passo Xomo, Malga Prà, Enna in Campiglia, eccetera. Il progetto completo delle gallerie costa circa 150 mila euro. La zona, che è già un museo a cielo aperto, avrà un’attrattiva maggiore e la strada verrà messa in sicurezza perché in alcuni punti è molto pericolosa’.
Cunegato ammette che non sempre l’intervento sarà quello migliore, come nel caso del ponte a corde. Spiega: ‘Siamo consapevoli delle critiche, però questo è il meglio di ciò che si può fare e le valutazioni di tecnici competenti lo confermano. Il ponte riapre la strada di Campo Grosso e porterà molti turisti a frequentare la zona. Il grande lavoro che stiamo portando avanti per sviluppare il turismo segue di pari passo la legge regionale dell’assessore Marino Finozzi. Il progetto non toccherà solo Valli del Pasubio, ma tutta l’area pedemontana e coinvolge anche la vicina ricorrenza del centenario della Grande Guerra per la quale si prevede un grande flusso turistico nelle nostre bellissime montagne. Inoltre – conclude – dobbiamo essere competitivi per confrontarci con il vicino Trentino Alto Adige. Io sono assolutamente convinto che Valli del Pasubio ha delle potenzialità importanti e il mio compito è lavorare per farle emergere’.
Anna Bianchini